BINARIO ZETA

BINARIO ZETA

rolling stories

Name: michele
Location: firenze, toscana

Friday, November 16, 2007

PIZZA



Le osservai la bocca, labbra carnose, soffici, che non cessavano mai di deformarsi lievemente, ora contraendosi, ora distendendosi. A volte si stringevano, avvolgenti, attorno alla sigaretta; allora la brace che prima era spenta, cinerea, riprendeva ad ardere come il filamento di una lampadina.
Soffiava fuori il fumo obliquamente, un po’ verso l'alto, con aria indispettita. La sigaretta pendeva da una mano paffuta e molle, ma lo sguardo era duro e altezzoso e mi sfiorava la faccia e il collo per dimostrarmi come avrebbe potuto tagliuzzarmi: così, poi così…Quindi, non tollerando più oltre la mia vista, si volgeva altrove, ma senza un vero interesse per quel che cadeva nel suo campo visivo. A volte, soprappensiero, scrollava la sigaretta nel posacenere, dandovi dei colpetti col polpastrello, precisi, cadenzati. Io guardavo la sua unghia colorata di smalto rosso, e non capivo il significato di quello smalto.
Non riuscivo a immaginarla intenta a spalmarlo sulle unghie con l’aiuto di un pennellino prima di uscire ad incontrarmi. Perché l’aveva fatto? Per me? Per piacermi di più? Eppure le sue parole smentivano questa ipotesi.
”Tu mi hai ferito,” stava dicendo. Immaginai me stesso con un coltello in mano, un coltello piccolo, un temperino, che le incidevo un braccio.
Nella fugace visione avevo il capo chino e un atteggiamento pensoso, non del tutto partecipe dell’azione.
”Io ti ho rivelato certe cose di me che non ho mai detto a nessuno,
nemmeno alle mie più care amiche, e tu…” Mi guardò fisso, costringendomi a fissarla negli occhi a mia volta.
"Tu che cosa mi hai dato in cambio? Ti sei chiuso in difesa. Ti sei preso quello che hai voluto e poi…Porca puttana!"
Qualche scheggia della sua voce mi colpì in piena faccia, e non potei fare a meno di contrarre
uno zigomo.
"Mi hai ferito, lo capisci, questo?" Proseguì, riprendendo con più forza la metafora di prima.
Nel mio piatto c’erano i resti del bordo carbonizzato della pizza. Ne toccai uno. Lo premetti con la punta del dito. Cedette con un rumore secco.
La guardai di sottecchi mentre con slancio si piegava di lato verso la borsa e vi frugava dentro. Prese un pacchetto di kleenex, l’aprì con un gesto convulso. Notai una goccia trasparente rotolare lungo la sua guancia. Poi, per un attimo, il suo viso fu quasi tutto coperto dal fazzoletto. Quando ricomparve, non aveva più un’espressione ostile.
Poche lacrime erano bastate a lavar via ogni traccia di rancore.
Non sapevo che fare. Presi dal piatto, tra l’indice e il pollice, un frammento di pizza bruciacchiato, me lo infilai in bocca e lo spezzettai fra gli incisivi. Era molto amaro, ma non mi vennero smorfie di disgusto.
Ingoiate le briciole, non sentii più alcun sapore.

Friday, August 05, 2005

L'ULTIMA VOLTA CON GEORGIE BOY



Georgie Boy è forse il tipo più umanoide che conosco, ma non c’è verso di passarci una seratina tranquilla. Dice che sono un’anima in pena. Perché, lui? A tre anni dalla maturità ha cambiato indirizzo di studio già tre volte, cambia look e gusti musicali ogni cinque minuti: metallaro, punkettone, darkettone, eskimo, indiano, mood. Il tutto rigorosamente fuori moda. Ora ci ha il periodo freak: massa di riccioli alla Jimi Hendrix e Ray Ban a goccia dall’alba al tramonto. L’unica cosa che non cambia mai sono le sigarette. Fuma le Futura. E un’altra cosa che non cambia mai sono le donne. Per forza: non ce n’ha. E certo non me le viene a chiedere a me. Tra tutti e due non si raccatta un pelo di topa nemmeno col bidone aspiratutto.
Mi telefona. “Senti, è tanto che non ci si vede, se ti va si potrebbe uscire.”
“Mah, guarda, stasera per combinazione non ho altri impegni.”
La verità è che siamo ambedue sulla via dell’isolamento: tutti i nostri amici o hanno la ragazza o escono con altri amici che non siamo noi.
E allora eccoci nella per niente mitica 126 rossa che striscia come una piattola per i viali della periferia. Georgie l’ha comprata per un capriccio direi masochistico, ma la vuol cambiare. ‘E’ una trappola,’ dice, scrollando la testa. Spilungone com’è, deve guidare tutto gobbo e con le gambe ripiegate, sembra un ragno.
Dice: “Andiamo alla Loggia del Leopardo.”
“E cos’è?”
“E’ un posticino bellino.”
“Uhm. Andiamo,” faccio io, poco convinto. L’ultima volta che mi son fidato mi ha portato a Villa Vrindavana, il quartier generale degli Hare Krishna. Davano da mangiare la roba vegetariana. Palline di cavolo rivestite di yogurt e cioccolata. Blah!
Provo a fare dietro-front: “Sennò si può andare alla Meseta.”
La Meseta è una grossa birreria senz’arte né parte, frequentata da gente tranquilla. Se ci vai sei sicuro che non ti succede un cazzo in tutto il sabato sera: è una specie di preservativo contro gli imprevisti.
Georgie la snobba all’istante.
La loggia del Leopardo. Un posto assurdo tappezzato con le icone degli anni Cinquanta: James Dean, la Cadillac, Elvis, Happy Days. Le casse sparano inutili rock ballad stile Bon Jovi.
“’Zzo c’entra con gli anni Cinquanta? Qui ci vorrebbe Bluemoon.”
“Yuk! Yuk!” fa Georgie, con quella risata balenga. E poi canterella il jingle che si sentiva qualche volta nei telefilm di Happy Days.
Bom-bidi-bom-bi-dom-bi-din-bom…
Georgie sa cantare con la voce di basso, sa ballare il rock ‘n’ roll ma non ha uno straccio di dama per scendere in pista, sa pattinare ed è anche cintura beige di judo. Sarebbe un tipo interessante, se interessasse a qualcuno.
“Uh! Il Drambuie!” Fa, guardando il menù delle bevande. “Stasera ci pigliamo il Drambuie.”
“E cos’è?”
“Fidati.”
Questo Drambuie è buono, sa d’arancia, ma non è sciropposo. Però ti stende, se non sei abituato a bere, e né io né Georgie siamo abituati a bere forte. Invece si fa il bis con questo liquore in kilt e cornamusa.
Mi vien fame, ma qui la roba da mangiare costa troppo. Quanto a Georgie, ha l’ascetismo di un guru, quando non si tratta di vizi.
Allora ammansisco i crampi allo stomaco a forza di sigarette.
Nell’angolo davanti a me c’è una sagoma di cartone a grandezza naturale di Fonzie che alza i pollici: Heyyy!
A un certo punto dallo stereo viene Don’t look back dei Boston. Era un po’ che non la sentivo. E io, partito con lo scozzese volante, guardo Fonzie e sento i Boston e mi pare di stare abbastanza bene, ma proprio abbastanza bene.
Tornando alla macchina, però, mi viene un dubbio che mi manda in paranoia.
“Ma ce la fai a guidare?”
“Hai voglia!”
“E se ci fermano?”
“Don’t worry, take it easy,” fa Georgie. Da quel preciso momento comincia a parlare inglese.
“L’alcool mi rende poliglotta.”
“Come lo spiritossanto, ‘nsomma.”
Io un minimo d’inglese lo mastico, ma mi sembra ridicolo tutto quel discorrere a forza di uessaganaghè uottagadanau, specie in una 126 con lo stemmino del Tao appeso al retrovisore.
Poi dice, Georgie Boy: “Andiamo a trovare quei ragazzi.”
Che ragazzi?” Domando, allarmato.
“Andy, Buccia and company.”
Questi bighelloni sono impelagati in una fiera di canne che comincia il tardo pomeriggio e finisce alle due di notte, feriali e festivi. Sicché vorrei evitare, magari a Georgie gli viene il ghiribizzo di fare un giro in giostra. Quando vuole è molto insistente e io quando sono alterato mi sento troppo cedevole alle tentazioni.
“E se si andasse alla Meseta? così ci si dà il colpo di grazia co’ un birrino e si torna a casa lisci come il burro.”
“Shit!”
“Ci avrei scommesso.”
Tutte le altre auto ci superano. Qualcuno chiede strada a colpi di claxon.
“Stronzetti a caccia di gnocca.”
“Ma non parlavi inglese?”
“Oh, yeah. Little shits… hunting…”
“Gnocca è intraducibile. Come pizza e spaghetti. It’s a sin you don’t have... autoradio. Cavolo tutte parole intraducibili, stasera.”
“ ‘Spetta… Wait. Autoradio si dice… Radiocar.”
Convinto, s’accende un’orrida Futura.

Eccoci al parco. I ragazzi sono al solito posto, un grappolo di simpatici sballati appiccicati a un muro. Georgie accosta.
“Bada chi c’è!”
“Hy, boys!”
“Allora, Giorgino?… Bada che capelli! O Franco, icché tu fai?”
“Mah. Siamo venuti a farci contagiare dalla febbre del sabato sera.”
“Sta’ bono, sto malissimo. Ero lì pe’ piastrare.”
“Good joint here?” fa Georgie, con una flemma da turista inglese che chiede la strada per Timbuctù.
Dei ragazzi non ce n’è uno che non abbia in mano un cilindretto di carta arrotolata, sigaretta o spinello che sia. Hanno voci allegre e un po’ strascicate, canticchiano, sparano cavolate, si danno scapaccioni amichevoli. Stanno lì tutti ammonticchiati come se il resto del mondo li avesse pigiati in quel cantuccio.
“O bestiacce!” Andy, con la sua voce da motosega e gli occhi furbi ficca la capoccia nel finestrino aperto.
“Hallo, Andy!” fa Georgie Boy, e gli stringe la mano. “I’m going to parking and come back again.”
Andy ridacchia, ironico e bonario. Sa che Georgie è un po’ strambo.
“Georgie Boy, io non ci ho voglia di fumare,” gli dico mentre fa manovra.
“Come on, come on.”
“Se piastrano loro, noi ci si lascia le penne.”
“Don’t worry,” biascica Georgie. Il suo vocabolario si è ridotto ai soliti luoghi comuni.
Tempo un quarto d’ora, siamo alle soglie del coma. I ragazzi non ci fanno molto caso, ma Georgie Boy ha una faccia bianca come il latte e le pupille che strisciano qua e là nelle fessure degli occhi. Boccheggia come un pesce fuor d’acqua. In qualche modo riesce a sdraiarsi per metà sul cofano della macchina. Io lo imito ed eccoci qui, due pesci morti sul cofano di una 126.
Georgie bada a farfugliare, girando la testa da una parte e dall’altra, come ci avesse gli incubi. Il mio cervello è una betoniera, sto per svenire, guardo le stelle, piccine e fioche tra i riverberi rossastri dei lampioni e penso che quella sarà l’ultima cosa che vedo.
Di quello che è successo dopo non mi ricordo più nulla tranne l’unica cosa indimenticabile della serata.
Stiamo andando verso casa, e siamo a quell’incrocio tra… vabbè. Superiamo l’incrocio e subito dopo si sente una frenata pazzesca dietro di noi. Georgie accosta all’improvviso, quasi addosso al guard rail. “Porca merda,” fa con un fil di voce. Non parla più inglese.
Guarda nel retrovisore. E’ terrorizzato. Mi volto e dietro c’è una macchina ferma, forse una Golf. Escono tre ragazzi da discoteca, tutti in tiro, agili come giaguari. Ci accerchiano e cominciano a tirar calci e manate alla macchina, che dondola come una carrozzina.
“Dove cazzo vai?! Apri, diohane, t’insegno io a guidare!” Strilla uno. E... SBAM! la manona sul vetro.
Io tanta paura non ce l’ho, anche perché non ci capisco un tubo, è come se guardassi un film di Fellini o roba del genere. Do un’occhiata a Georgie: E’ UNA STATUA DI CERA.
Guarda fisso davanti a sé, tiene le mani sul volante e non muove un muscolo. Forse gliel’hanno insegnato a judo, a fare così, o forse dagli Hare Krisna.
Però mi sa che funziona, perché a un certo punto il tizio si stanca di fare il gradasso. “E ringrazia Iddio che tu se’ una donna, sennò t’ammazzavo!” Dice, prima di togliere il disturbo.
Risalgono in macchina, sgassatona, stridio infernale, ci superano e via di nuovo a caccia di gnocca.
“Ma che volevano?”
Georgie Boy tace.
“Madonna, che bastardi. Che violenti! Hai visto? Georgie Boy? Oh, Giorgio!”
Imbalsamato. Occhi vitrei. Mi prende paura. Gli tocco un braccio. “Oh, stai bene?”
Lui, sempre rigido, s’inclina all’indietro e s’appoggia allo schienale. “Come? Sì… Eh? Sì... Sì.”
Fa un respirone, si sblocca, mette in moto. Grattata micidiale nel silenzio della mezzanotte.
Se per la strada ci siamo detti qualcosa non me lo ricordo. Una cosa è certa, ho osservato più volte il profilo di Georgie Boy e sempre mi chiedevo: ‘Come cazzo hanno fatto a scambiarlo per una donna?’
Poveraccio, però. L’ho visto male. Quasi quasi gli telefono per sapere come sta.
Ah, no, non ci ho il numero. Mi fa fatica guardare sull’elenco. Come starà? Come me. Si sta come le foglie sugli alberi d’autunno.

Wednesday, July 20, 2005

ECCO



Stasera mi sembra più bella che mai, ha sul viso quel riflesso blu dell’insegna del locale...
Tutti gli altri che ciondolano attorno agli scooter, a parlarsi addosso. Quanta chiacchiera, che c’hanno! Lei no, sta un po’ discosta dal gruppo, ascolta, dice qualcosa, ogni tanto sorride, ogni tanto guarda da una parte, lontano.
E io qui incantato a bermela con gli occhi.
Ha classe. E’ la più speciale della combriccola. E anch’io, mi sa.
Ci siamo baciati, due settimane fa, nel parco.
Era venerdì sera e gli altri erano andati tutti a comprare i bomboloni caldi, ma a noi due i bomboloni non ci piacciono.
Io e lei siamo una minoranza, ecco. E questo ci unisce molto.
Siamo diversi dagli altri, che gli bastano i bomboloni caldi per far festa. C’è quasi da arrabbiarsi, con loro e con noi stessi.
Siamo rimasti nel parco deserto, due solitudini sulla stessa panchina, seduti su decine di parole d’amore scritte col pennarello.
Non c’era molto da dire. Ci siamo voltati l’uno verso l’altra, senza guardarci. E’ stata una cosa spontanea. Un bacio solo, ma lunghissimo, diciamo una mezz’ora, con delle pause che si stava zitti a contemplare lontano, le macchine che passavano coi fari accesi... gialli davanti, rossi di dietro, e quegli alberi sudici di smog, nella luce nebbiosa dei lampioni.
Si guardavano queste solite cose come in trance, come se fosse un altro mondo, bello e misterioso. Ma poi ci veniva da chiudere gli occhi, e le nostre bocche si attiravano di nuovo quasi per una legge fisica, come le palline da flipper che prima o poi rotolano in buca.
Poi lei di punto in bianco si alzò, si voltò di spalle, cominciò a camminare tra le foglie morte con le mani in tasca e la testa china, tipo lasciami sola.
Boh?
Dopo tornarono i ragazzi, e lei come se non fosse successo nulla. Nemmeno uno sguardo, per me, niente. Rideva delle puttanate del Buzzino, a un certo punto gli mise anche le dita tra i capelli, con un gesto d’affetto. E mi sembrava che con quel gesto volesse dire: Sono contenta che siete tornati, io sto bene solo con voi.
Io invece… mi pareva di essere in un incubo, di quest’incubi che uno non riesce a... Ecco.
Però questo è successo due settimane fa, e ormai quel bacio mi sembra un sogno, uno scherzo della fantasia. Eppure dev’essere successo davvero, perché da allora lei mi pare che sia più dolce con me, come ammorbidita. C’è questo segreto fra noi. E lei magari è che ha paura di prendere una decisione affrettata. Lei è sempre stata un tipo che non si lega a nessuno, che non ne vuol sapere, capito?
Io la rispetto, io non voglio costringerla a niente. L’unica cosa che voglio è che sia felice. E voglio esserci anch’io a darle questa felicità. Anzi, soprattutto io. Sarei stronzo a impormi, però. Se lei non mi vuole, va bene.
Col Renzi c’è stata, però, vaffanculo. E anche con Davide Bertini, alla festa, abbracciati tutti nudi sul letto dei suoi genitori.
Comunque ora eccomi qui a guardarla, e mi sento più forte.
Ecco, viene fuori una musica dal locale. Non conosco questa canzone, è rilassante, mi fa pensare a tanti anni fa, quand’ero un ragazzino e non pensavo all’amore. Ci sono delle musiche che non hai mai sentito prima, che ti fanno l’effetto di un sorso di liquore, ti mettono bene, ti prende una specie di commozione e tutto diventa più vivo e ti sembra che possa succedere qualsiasi cosa.
La musica è come un’onda che dolcemente mi solleva e mi spinge verso di lei, e così, senza dare spiegazioni, la prendo per la mano e la porto verso la parte opposta della piazza, lontano da tutti. Lei si abbandona alla mia forza, mi lascia fare. Non dico una parola, tiro come un matto, in quattro passi si attraversa la piazza, come si volasse sul vento. Poi m’appoggio con la schiena al muretto del canale, e le faccio: “Senti, io bisogna che te lo dica. Io sono innamorato di te. Ma proprio cotto.”
Lei fa un’espressione di sorpresa, con gli occhi tutti un luccichio e la bocca mezza aperta e mezza chiusa, che è belllisssima, un amore. Che vorrei baciarla, subito. Invece m’abbraccia, di slancio, e mi stringe forte tutta commossa.
‘Ora me lo dice, ora me lo dice. Anch’io, mi dice,’ penso tra me.
E invece no, si scosta, mi sorride.
“Grazie,” mi dice. E basta. Ora è lei che mi prende per la mano, e mi tira dietro a sé, attraverso la piazza, e mi riporta in mezzo agli altri.
E’ andata bene, si può dire. Insomma, è contenta, è contenta, e si vede da come partecipa alla conversazione, adesso. Si butta nella mischia, e chiacchiera, ascolta, fa sì con la testa e ride. Scommetto che se dicono di andare a mangiare i bomboloni caldi dice di sì, e mi ci porta anche me.
Io l’ho resa felice, ecco.
E allora perché sono tanto triste?

Friday, July 01, 2005

DAVANTI AL PARCO GIOCHI DI UNA LOCALITA' BALNEARE. 10.35 P.M.



Colpisce a pugni uniti, mulinando le braccia magre come se tenesse una mazza da baseball. A ogni colpo la catena del portachiavi svolazza e tintinna sui bermudoni da rapper. Neanche dà il tempo al punching ball di tornare in posizione, SBADABAM! un altro cazzotto, e subito un altro, e un altro ancora, come un mortaio, il cappellino ben calato sugli occhi sempre attenti alla lancetta segnapunti, che scatta, gira, oscilla impazzita.
La voce di donna meccanica che vien fuori dalla macchina non riesce a terminare le sue formule di plauso: BRAVISS... WOW! FANTAS... il ragazzo sembra quasi volerla zittire a suon di pugni.
Non è una sfida con se stesso: non gli interessa di perfezionare la propria potenza. I punti! I punti e basta, ecco quello che conta! Superare un record, forse il proprio record, che non significa raggiungere un traguardo, ma ottenere una certa cifra.
Ha imparato quel trucco di menare a pugni uniti e scarica dodici colpi così, senza variazioni.
Vicino a lui c’è un ragazzo grassottello, che gli arriva a malapena al petto, capelli corti, jeans e maglietta, nessun look a salvarlo dalla sua apparenza assolutamente anonima. La faccia è inespressiva, ma lo sguardo ogni volta si appiccica alla massa nocchiuta dei pugni dell’amico, ne segue la traiettoria per poi spiattellarsi sul quadrante del punteggio. In cuor suo è indeciso tra l’ammirazione e il desiderio che l’altro fallisca.
E il ragazzo magro invece, dietro la sua maschera di indifferenza, sente il bisogno di dimostrarsi all’altezza del suo ruolo carismatico.
Il punching ball, come una grossa pera rivestita di cuoio logoro, seguita ad andare avanti e indietro con un gran baccano di ferraglia percossa, che sovrasta gli schiamazzi del parco-giochi, tutto illuminato e brulicante di giovani mamme e bambini e variopinte combriccole di fanciulle in fiore.
L’improvvisato boxeur smette, si gira e se ne va come potrebbe fare uno che ha sbrigato un lavoro d’ordinaria amministrazione, o compiuto un rituale d’obbligo. Ogni sera viene qui a dare i suoi dodici colpi al punching ball, sennò non ci dorme la notte. Le tibie scarne e le mastodontiche Adidas si muovono verso l’uscita. L’amico lo segue a breve distanza, senza manifestare alcuno stato d’animo. Anche lui sembra aver assolto a un dovere. Entrambi scompaiono, come fagocitati, in un gruppo di coetanei ammassati in sella agli scooter o alle bici, immersi in un chiacchiericcio di voci ancora acerbe.
Maschietti con l’aria da bulli, ragazzine in maglietta aderente e ombelico in vista mollemente adagiate fra quei bicipiti e quei brachiali stuzzicati dalle prime sgobbate in palestra.
E i baci che si danno sono strani come se ci fosse anche lì una macchina a segnare il punteggio, e facessero a gara a chi bacia più forte, ma poi all’improvviso si interrompono e riprendono a ciacolare con gli altri, dicendo le solite cazzate di prima, sbottando in berci inutili, perché sotto sotto hanno paura che quel gesto da adulti che è il bacio possa rubargli troppo presto la spensieratezza da compagnoni a cui sono abituati.
C’è un non so che di goffo, in loro, come se non fossero lì per loro volontà, ma ci si trovassero per forza, perché così dev’essere.
Intanto per strada continua un andirivieni di altre coppiette dall’aria improvvisata, con le ragazze che sembrano raccattate dal marciapiede o sulla spiaggia e si fanno rimorchiare sui portapacchi delle bici, senza gioia, rassegnate come pecore, verso qualche bar, uno qualsiasi, non importa, basta non stare da sole. Stesso spettacolo dall’altra parte della strada, soltanto che la corrente viaggia in senso inverso.
Poi il recinto fatto di cannicciole che delimita un campeggio. Il vento porta, a folate, le note di un liscio.
Più in là, molto più in là, dove le luci si diradano fin quasi a scomparire, s’intravede una pineta. I tronchi degli alberi, piantati obliquamente, sono di un grigio spettrale, e racchiudono un silenzio inaccessibile.

Thursday, June 23, 2005

UNA CHIAZZA BLU



Da lontano il campeggio sembra un mucchio di ciarpame.
Là in mezzo, chissà dove, c’è una piccola tenda, e nell’ombra della tenda una ragazza che dorme, rannicchiata nel suo normale malumore. Fra poco andrò allo spaccio a comprare il latte e come al solito le farò trovare il tavolino apparecchiato e faremo colazione in silenzio, senza guardarci in viso, poi lei andrà a lavare le stoviglie e io resterò seduto a fare le parole crociate. E quello per me sarà il momento più sereno della giornata.
Mi volto, riprendo a camminare, c’è silenzio, le stecche di legno della pedana danno un rumore cavo.
Tengo la testa china per non far caso al mare, ancora troppo distante, anonimo: una chiazza blu fra gli edifici dello stabilimento balneare.
La luce, arancione come quella del tramonto, mette in risalto le increspature della sabbia.
Ai piedi di un chiosco una bottiglia vuota, un avanzo di panino al prosciutto brulica di formiche.
La pedana finisce, il terreno cede sotto i miei passi, la brezza mi porta via i cattivi pensieri.
Levo lo sguardo e lo lascio scivolare sulla distesa d’acqua, che sembra evaporare all’orizzonte.
Come un brivido, una miriade di piccole onde percorre la superficie, translucida come la pelle dei pesci.
Il mare sta ancora dormendo, apro le braccia per accogliere in me il suo respiro calmo.
Più in là un vecchio bagnino sta armeggiando con le sedie a sdraio. Quella presenza alacre turba l’incanto, e io comincio a vedere cose che prima non avevo notato: il pattìno rosso vicino a un reticolato di plastica, gli ombrelloni chiusi in cappucci di nylon, i segni del rastrello vicino alle sedie.
Infilo le mani nelle tasche dei jeans e mi appresto a fare una passeggiata lungo la riva, ma subito mi fermo. E’ arrivata in spiaggia una giovane donna. Indossa un vestito bianco, senza cintola, e un golf di lana per ripararsi dall’aria fresca. I capelli le ondeggiano nel vento, sopra una spalla. Tiene in mano un paio di sandali e cammina con aggraziata cautela. Raggiunge la riva, si stringe nel golf e contempla il mare.
Il suo incarnato è pallido, e questo particolare, insieme al vestito che sembra una camicia da notte, mi dà l’idea di malattia.
Sembra così diversa, così sola. E’ venuta qui a cercare la pace, come me.
Invece si ferma per pochi istanti, come se quel paesaggio lo conoscesse a memoria, ormai.
Si guarda intorno, senza far caso a me, e si avvia lungo la battigia mentre il mare, nel dormiveglia, depone ai suoi piedi collane di schiuma.
Il bagnino, sistemandosi il berretto da marinaio, le va incontro e la saluta.
I due prendono a conversare, lui tiene una gamba in avanti e una mano su un fianco, lei annuisce lentamente.
Certo non è la prima volta che parlano fra di loro, anzi ha tutta l’aria di un incontro abituale.
Me ne vado in punta di piedi, come fa uno che toglie il disturbo.
- Stronzi - mormoro fra i denti, senza sapere perché.
Il rumore delle stecche di legno, l’avanzo di panino, la bottiglia, e all’orizzonte, il campeggio.
Dietro di me, fra gli edifici dello stabilimento balneare, una chiazza blu.

Friday, June 17, 2005

E' QUESTO?



Un vecchio aveva smarrito il libretto sanitario. Di solito il libretto era sopra il cassettone, a un lato dello specchio, insieme alle medicine.
Il vecchio era abituato a usare sempre le stesse cose, erano poche e tutte se ne stavano zitte e ferme, pronte all’uso. Quando uno di questi oggetti mancava dal suo posto, il vecchio era assalito dal panico. Aveva cinque paia d’occhiali, prescritti da altrettanti oculisti ma, a quanto pare, non c’erano lenti abbastanza buone da fargli ritrovare gli oggetti smarriti.
Così per cercare il libretto si fece aiutare dal nipotino.
Anche il bambino, come lui, portava gli occhiali. Anzi, erano più spessi di quelli del vecchio, ma il bambino, con gli occhiali, riusciva a vedere bene e a trovare le cose.
Il vecchio cominciò a frugare nel cassettone.
Tirò fuori un libro di preghiere e disse: “E’ questo?”
“No,” rispose il bambino. “E’ un libro di preghiere.”
Il vecchio tirò fuori un pacchetto di cartoline: “E’ questo?”
“No, sono cartoline.”
Il vecchio tirò fuori una custodia quadrata, rivestita di finta pelle: “E’ questo?”
Il bambino aprì la custodia, che conteneva una sveglia rotta. “E’ una sveglia,” disse.
Il vecchio si ravviò i capelli sibilando: “Dio, dove l’avrò messo? Lo vorrei sapere, ecco.”
Riprese a rovistare e tirò fuori un sacchetto di caramelle. Lo esaminò controluce: “E’ questo?”
“No, è un sacchetto di caramelle.”
“Uhm,” fece il vecchio, abbozzando un sorrisino stanco. “Sarà qui da cent’anni. Le vuoi?”
Il bambino fece no con la testa.
Il vecchio imprecò, tirò fuori un altro oggetto: una scatola di ferro ticchiolata di ruggine, con dentro rocchetti e aghi per cucire.
“E’ questo?” domandò al nipote.
“No, è una scatola del cucito.”
“Uh!” fece il vecchio. “Era della nonna, poverina.”
Sospirò con amarezza e richiuse il cassetto con una spinta rabbiosa. Ma ci rimase uno spiraglio aperto, perché il vecchio non aveva molta forza.
Poi aprì il secondo cassetto e cominciò a rovistare anche lì, con le dita deformate dall’artrosi che si muovevano come le zampe di un ragno che scappa.
Insieme a un odore di cuoio e naftalina vennero fuori molti oggetti: maglie di lana, un paio di bretelle, una scatola di cartone con dentro dei calzini, un portafogli mai usato…
“E’ questo? E’ questo? E’ questo?” Il vecchio domandava di continuo, senza nemmeno ascoltare la risposta. I suoi occhiali andavano su e giù a seconda delle smorfie che gli deformavano il viso.
Frugò nel comodino, dove ritrovò un auricolare da radiolina che aveva perduto tanto tempo prima. Frugò nell’armadio, nelle tasche di tutti i cappotti, di tutte le giacche, di tutti i pantaloni, strappava via dall’appendiabiti una cravatta: “E’ questo?”
“No, è una cravatta.”
D’un tratto cominciò a piagnucolare, quel pianto senza lacrime dei vecchi. Lamentandosi e bestemmiando andò in cucina e guardò nel forno. Il forno era vuoto, a parte uno strato di briciole carbonizzate.
Aprì il frigorifero. Tirò fuori un pollo: “E’ questo?”
Un cavolfiore: “E’ questo?”
“No, no,” rispondeva sempre il nipote, con pazienza infinita.
Quando il vecchio ebbe messo a soqquadro tutta la casa, uscì a cercare in cortile. In confronto alla penombra dell’interno, i muri e il lastrico sembravano blocchi di luce.
Un gatto sonnecchiava sul muricciolo. Il nonno lo indicò: “E’ questo?”
“No, è il gatto.”
Raccolse un secchio: “E’ questo?”
“No, è un secchio.”
“C’è l’acqua dentro?”
“No, è vuoto.”
“Eppure mi sembra tanto peso! Maledetto me, maledetto me!”
Il bambino, stringendo gli occhi a difesa dal sole, seguiva i movimenti del vecchio, che dondolava su e giù il capo, spingeva la dentiera fuori della bocca e batteva debolmente i piedi e li strusciava in qua e in là, indeciso sulla direzione da prendere. “E’ questo? E’ questo?” Diceva, toccando ogni cosa.
Alla fine s’appiattì contro il muro della casa, appoggiandovi una gota. Allargò un poco le braccia e lo tastò con la punta delle dita, come a cercare invisibili crepe.
“E’ questo?” Disse, con la voce arrochita da un groppo di catarro.
Allora il bambino ebbe paura.

Sunday, June 05, 2005

UN UMIDO ROBA DA CHIODI



All’Elba? All’Elba non ci torno nemmeno se mi pagano. Un umido roba da chiodi. La notte i vestiti bisognava tenerli nei sacchetti sennò si ritrovavano intrisi di guazza.
E poi ristoranti cari e divertimento poco, e quel poco bisognava andare a trovarlo in macchina.
La sera? Mah, si chiacchierava... il Pacini c’aveva la chitarra e si faceva un po’ di musica. I soliti vecchi cantautori: De Gregori, Guccini, De André, Bennato, Venditti... Poi il Pacini improvvisava delle canzonette demenziali, per ridere un po’.
Qualche volta io e lui s’andava un po’ a giro, in cerca di femmine. Finiva sempre che si mangiava una pizza e basta. Gli altri invece non sentivano il richiamo dell’avventura esotica, avevano nostalgia della terraferma, nel continente ci avevano la ragazza o altri giri di amici al di fuori della scuola. Ogni tanto però si faceva qualche gitarella tutti insieme.
Una volta mi ricordo si fece un visibilio di chilometri per andare a comprare le stiacciatine calde a un forno che conosceva Chicco.
Il forno era sul ciglio di una strada fuori mano. In mezzo al buio pesto c’era questa baracca con la luce al neon. Il fornaio era un tipaccio scostante, che ci avrebbe preso volentieri a calcinculo. C’era la sua figliola ad aiutarlo, avrà avuto tredici anni ed eccotela lì a infornar panini alle quattro di mattina. Bella, era, con le gote arrossate dal caldo e sbaffate di farina, i capelli sudati, il grembiule sudicio, e quegli occhioni tristi che sembravano così aperti spalancati per non vedere nulla e nessuno. Non disse una parola, e anche lei sembrava ce l’avesse con noi, ma poi uscì sulla porta e rimase lì ferma con le mani in mano a guardarci partire. Poi al forno non ci siamo più tornati. Quando il Pacini faceva Autogrill di Guccini, cantava: Non la vedi non la tocchi oggi la malinconia non lasciamo che trabocchi vieni andiamo andiamo via. E io pensavo alla fornarina come si pensa a un amore lontano.
Una sera s’andò in un locale che era una via di mezzo tra una birreria e una discoteca. Si era bevuto un po’ troppo, tranne il Picchi, che non si voleva mai sbronzare. Diceva: “Io sono con voi spiritualmente, avete il mio supporto morale, fate pure ma io non bevo. E poi se vi sentite male chi vi sorregge?”
Capirai! Il Picchi era già tanto se si teneva in piedi lui da solo! Però dopo noialtri si stava male come cani, lui invece, fresco come una rosa, a pigliarci pei fondelli, a puntarci la pila in faccia mentre si rigettava carponi sotto la veranda della tenda.
Insomma, eccoci in questo locale, con la palla a specchio che gira sul soffitto e una mattonella ciascuno per ballonzolare briachi come polli.
Il Brugola, allupato come al solito, adocchia questa bionda tettonica, paffuta e bianca come una mozzarella.
E’ seduta al banco del bar con un bicchiere di birra davanti e ogni tanto si guarda intorno e si ravvia i capelli, come a cercare un figaccione che se la strapazzi. Il Brugola l’osserva con la coda dell’occhio malinconico da segaiolo incallito, e fa: “Ragazzi, quella è carne da macello, quella crucca è una preda facile, ragazzi.”
Però non ci va mica ad attaccar discorso, il vigliaccone.
Poi siccome lì dentro c’è troppo casino si esce e ci si mette a sedere davanti al locale con la faccia rivolta all’entrata. Si vede, di spalle, la tedescona seduta al banco, le chiappe cicciute che stanno per scoppiarle nei fusò. Finalmente cominciano a ronzarle intorno dei maschi latini, tra i quali spicca per insistenza e determinazione un omaccio alto e stempiato, naso adunco, basettoni e baffi all’ingiù, che pareva un incrocio tra Ligabue, il pittore pazzo, e un Hell’s Angel versione tirrenica, con la maglia del coccodrillino e i sandali ai piedi.
Parlotta un po’ con lei, poi la lascia perdere, s’affaccia alla porta del locale e resta lì pensoso con le mani in tasca.
Il Brugola, che quando è ubriaco dà confidenza a tutti tranne che alle femmine, gli accenna alla tedesca e gli dice: “Oh, ma l’hai vista quella là, che faccia a maiala?”
Lui ci viene incontro e gli fa, al Brugola: “Di chi parli, scusa?”
“Della tedescona,” e gliela indica. “Quella bionda là.”
“Uhm. E’ la mia ragazza.”
“Ah, figurati.”
“E ora?” Fa il baffone, e tira fuori le mani. Due manone! Si muove come un robot, sembra quasi di sentire il ronzio meccanico. Si china sul Brugola e lo guarda fisso: “E ora? Chi è che ha la faccia a maiala?”
Il Brugola fa lo sguardo vuoto tipo Stanlio, poi tutto a un tratto si rinfocola e sibila, a cattivo: “La mi’ mamma, ci ha la faccia a maiala, sempre avuta.”
Dice così, ma sembra che stia parlando della mamma del tizio, ammesso che ne avesse una. Infatti gli arriva uno schiaffo che gli fa dar di balta, come l’omino misirizzi. L’energumeno fa per andarsene, ma il Brugola si riscuote e gli urla dietro: “O coso, ma te chi cazzo sei?”
Quello si blocca, si gira, torna indietro, lo afferra per la fruit e lo tira su di peso, che scalcia a vuoto come una marionetta.
“Io t’ammazzo!” Ringhia l’orco.
Il Mori cerca d’ammansirlo: “Lascialo fare, è ubriaco.”
Sì, non ci sente, bisogna tenerlo in tre, attaccati come malmignatte, per evitare il peggio. Poi la bestiaccia si calma, ma mentre se ne va ci squadra tutti con la faccia feroce come a dire: “Ce n’è anche per voi, se ne volete.”
Nessuno ne vuole e si rimane zitti e calmi finché non rientra nel locale.
Allora il Picchi sbotta in una risataccia asinina e batte le mani: “Cezzionale, grazie Brugola, da antologia!”
“Seh, seh, vabbè, ” fa il Brugola, ancora bianco come un cencio. S’appoggia con la schiena a un’automobile, per riprendersi dal trauma. Il Mori cerca di consolarlo: “Mamma com’era brutto, eh?”
Il Brugola stiracchia un sorriso ma subito ritorna serio, si sistema i vestiti con le mani che gli tremano, brontola tra sé qualche vaffanculo. Invece noialtri tutti eccitati si commenta l’accaduto zampettandogli intorno.
Decidiamo di tornare al camping. Andiamo alla macchina parcheggiata lì vicino, accanto a un muricciolo che dà su una scarpata. Si sale in macchina ma il Brugola mi strappa di mano la bottiglia di birra quasi vuota e scende tutto fogàto con questa bottiglia in mano. Il Mori gli si avventa dietro e lo abbranca: “Che fai, coglione!”
“Lasciami stare!”
“Che credi di fare, con quella bottiglia? Quello ti massacra!”
Il Brugola si affloscia e il Mori lo lascia libero.
Chicco mette in moto e si parte. In macchina c’è un gran silenzio, ma poi si sa, dei ragazzi spiritosi e intelligenti riescono sempre a riportare la conversazione in carreggiata, e dopo poco rieccoci a dire le solite cose di sempre, solo più scardinate per via dell’alcool.
Siamo tutti stanchi, quando si arriva alla tenda. S’accende il lume, e allora la tenda sembra un rifugio sicuro, una grande lanterna, e in sottofondo si sente la musica lontana della balera.
Mentre quegli altri cominciano a prepararsi il letto io, il Mori e il Brugola si resta fuori della veranda a fumarci la sigaretta della buonanotte.
Tanto per parlare si fantastica un po’ su dove ci piacerebbe andare se ci si avesse i soldi e i mezzi.
Io dico in America, dove ci sono le highway, quelle strade lunghe lunghe in mezzo al deserto, e filare su una di quelle strade in uno di questi macchinoni americani con il volume dello stereo a palla e le canzoni che mi piacciono a me.
“Ce l’ho fin da bambino, quest’idea,” dico. “Però più passa il tempo e più mi rendo conto che... ” E qui mi fermo e non so come spiegare.
“Che è un sogno,” dice il Mori.
“Ecco, sì... un sogno.”
E nel momento preciso in cui lo dico, chissà perché smetto di desiderarlo.
“E te, dove vorresti andare?” chiedo al Mori.
“Io?... Parigi,” dice con gli occhi a fessura e un sospiro nascosto nella voce. E il Brugola insinua che sotto sotto è un romanticone e io aggiungo che è un duro dal cuore tenero. Lui si diverte, a sentirselo dire.
Al Brugola invece gli piacerebbe andare a Londra, ma gli scoccia il fatto che là piove sempre.
“Non sempre,” dice il Mori. “Se ci vai d’estate c’è il sole.”
“Ah, sì? Allora ci andrei proprio volentieri, a Londra. Mi dà l’idea di una città... Boh... Il fascino britannico, quelle insegne antiche, quei negozi vecchio stampo, e i punk, e il parco... Mi piacerebbe. Ma poi... Mah... Non so nemmeno l’inglese.”
Il Mori soffia fuori una boccata di fumo e dice, con una certa sicurezza: “Secondo me prima o poi ci vai, a Londra.”
“Può darsi,” fa il Brugola, rincuorato.
E dopo un momento di silenzio: “Non è che volevo spaccare la testa al tizio, con quella bottiglia.”
“Ah, no?”
“No, volevo solo lanciarla di sotto alla scarpata. Per sfogarmi.”
“Ma… io t’ho visto partire con la bottiglia in mano, tutto incazzato…”
“Eh, lo so.”
“Ma perché non me l’hai detto subito?”
“Perché non volevo sciupare la scena.”
Ridacchia, il Mori, e scuote la testa. E il Brugola: “Di’ la verità, sembrava un film.”
Infatti quella serata me la ricordo ancora bene. Quella e la piccola fornaia.
Non lo so se il Brugola poi c’è andato, a Londra, o se il Mori è andato a Parigi. Io in America non ci sono andato e non so se un giorno ci andrò.
L’unica cosa che posso dire è che all’Elba non ci ritorno. Un umido roba da chiodi.