Georgie Boy è forse il tipo più umanoide che conosco, ma non c’è verso di passarci una seratina tranquilla. Dice che sono un’anima in pena. Perché, lui? A tre anni dalla maturità ha cambiato indirizzo di studio già tre volte, cambia look e gusti musicali ogni cinque minuti: metallaro, punkettone, darkettone, eskimo, indiano, mood. Il tutto rigorosamente fuori moda. Ora ci ha il periodo freak: massa di riccioli alla Jimi Hendrix e Ray Ban a goccia dall’alba al tramonto. L’unica cosa che non cambia mai sono le sigarette. Fuma le Futura. E un’altra cosa che non cambia mai sono le donne. Per forza: non ce n’ha. E certo non me le viene a chiedere a me. Tra tutti e due non si raccatta un pelo di topa nemmeno col bidone aspiratutto.
Mi telefona. “Senti, è tanto che non ci si vede, se ti va si potrebbe uscire.”
“Mah, guarda, stasera per combinazione non ho altri impegni.”
La verità è che siamo ambedue sulla via dell’isolamento: tutti i nostri amici o hanno la ragazza o escono con altri amici che non siamo noi.
E allora eccoci nella per niente mitica 126 rossa che striscia come una piattola per i viali della periferia. Georgie l’ha comprata per un capriccio direi masochistico, ma la vuol cambiare. ‘E’ una trappola,’ dice, scrollando la testa. Spilungone com’è, deve guidare tutto gobbo e con le gambe ripiegate, sembra un ragno.
Dice: “Andiamo alla Loggia del Leopardo.”
“E cos’è?”
“E’ un posticino bellino.”
“Uhm. Andiamo,” faccio io, poco convinto. L’ultima volta che mi son fidato mi ha portato a Villa Vrindavana, il quartier generale degli Hare Krishna. Davano da mangiare la roba vegetariana. Palline di cavolo rivestite di yogurt e cioccolata. Blah!
Provo a fare dietro-front: “Sennò si può andare alla Meseta.”
La Meseta è una grossa birreria senz’arte né parte, frequentata da gente tranquilla. Se ci vai sei sicuro che non ti succede un cazzo in tutto il sabato sera: è una specie di preservativo contro gli imprevisti.
Georgie la snobba all’istante.
La loggia del Leopardo. Un posto assurdo tappezzato con le icone degli anni Cinquanta: James Dean, la Cadillac, Elvis, Happy Days. Le casse sparano inutili rock ballad stile Bon Jovi.
“’Zzo c’entra con gli anni Cinquanta? Qui ci vorrebbe
Bluemoon.”
“Yuk! Yuk!” fa Georgie, con quella risata balenga. E poi canterella il jingle che si sentiva qualche volta nei telefilm di Happy Days.
Bom-bidi-bom-bi-dom-bi-din-bom… Georgie sa cantare con la voce di basso, sa ballare il rock ‘n’ roll ma non ha uno straccio di dama per scendere in pista, sa pattinare ed è anche cintura beige di judo. Sarebbe un tipo interessante, se interessasse a qualcuno.
“Uh! Il Drambuie!” Fa, guardando il menù delle bevande. “Stasera ci pigliamo il Drambuie.”
“E cos’è?”
“Fidati.”
Questo Drambuie è buono, sa d’arancia, ma non è sciropposo. Però ti stende, se non sei abituato a bere, e né io né Georgie siamo abituati a bere forte. Invece si fa il bis con questo liquore in kilt e cornamusa.
Mi vien fame, ma qui la roba da mangiare costa troppo. Quanto a Georgie, ha l’ascetismo di un guru, quando non si tratta di vizi.
Allora ammansisco i crampi allo stomaco a forza di sigarette.
Nell’angolo davanti a me c’è una sagoma di cartone a grandezza naturale di Fonzie che alza i pollici:
Heyyy! A un certo punto dallo stereo viene
Don’t look back dei Boston. Era un po’ che non la sentivo. E io, partito con lo scozzese volante, guardo Fonzie e sento i Boston e mi pare di stare abbastanza bene, ma proprio abbastanza bene.
Tornando alla macchina, però, mi viene un dubbio che mi manda in paranoia.
“Ma ce la fai a guidare?”
“Hai voglia!”
“E se ci fermano?”
“Don’t worry, take it easy,” fa Georgie. Da quel preciso momento comincia a parlare inglese.
“L’alcool mi rende poliglotta.”
“Come lo spiritossanto, ‘nsomma.”
Io un minimo d’inglese lo mastico, ma mi sembra ridicolo tutto quel discorrere a forza di
uessaganaghè uottagadanau, specie in una 126 con lo stemmino del Tao appeso al retrovisore.
Poi dice, Georgie Boy: “Andiamo a trovare quei ragazzi.”
“
Che ragazzi?” Domando, allarmato.
“Andy, Buccia and company.”
Questi bighelloni sono impelagati in una fiera di canne che comincia il tardo pomeriggio e finisce alle due di notte, feriali e festivi. Sicché vorrei evitare, magari a Georgie gli viene il ghiribizzo di fare un giro in giostra. Quando vuole è molto insistente e io quando sono alterato mi sento troppo cedevole alle tentazioni.
“E se si andasse alla Meseta? così ci si dà il colpo di grazia co’ un birrino e si torna a casa lisci come il burro.”
“Shit!”
“Ci avrei scommesso.”
Tutte le altre auto ci superano. Qualcuno chiede strada a colpi di claxon.
“Stronzetti a caccia di gnocca.”
“Ma non parlavi inglese?”
“Oh, yeah. Little shits… hunting…”
“Gnocca è intraducibile. Come pizza e spaghetti. It’s a sin you don’t have... autoradio. Cavolo tutte parole intraducibili, stasera.”
“ ‘Spetta… Wait. Autoradio si dice… Radiocar.”
Convinto, s’accende un’orrida Futura.
Eccoci al parco. I ragazzi sono al solito posto, un grappolo di simpatici sballati appiccicati a un muro. Georgie accosta.
“Bada chi c’è!”
“Hy, boys!”
“Allora, Giorgino?… Bada che capelli! O Franco, icché tu fai?”
“Mah. Siamo venuti a farci contagiare dalla febbre del sabato sera.”
“Sta’ bono, sto malissimo. Ero lì pe’ piastrare.”
“Good joint here?” fa Georgie, con una flemma da turista inglese che chiede la strada per Timbuctù.
Dei ragazzi non ce n’è uno che non abbia in mano un cilindretto di carta arrotolata, sigaretta o spinello che sia. Hanno voci allegre e un po’ strascicate, canticchiano, sparano cavolate, si danno scapaccioni amichevoli. Stanno lì tutti ammonticchiati come se il resto del mondo li avesse pigiati in quel cantuccio.
“O bestiacce!” Andy, con la sua voce da motosega e gli occhi furbi ficca la capoccia nel finestrino aperto.
“Hallo, Andy!” fa Georgie Boy, e gli stringe la mano. “I’m going to parking and come back again.”
Andy ridacchia, ironico e bonario. Sa che Georgie è un po’ strambo.
“Georgie Boy, io non ci ho voglia di fumare,” gli dico mentre fa manovra.
“Come on, come on.”
“Se piastrano loro, noi ci si lascia le penne.”
“Don’t worry,” biascica Georgie. Il suo vocabolario si è ridotto ai soliti luoghi comuni.
Tempo un quarto d’ora, siamo alle soglie del coma. I ragazzi non ci fanno molto caso, ma Georgie Boy ha una faccia bianca come il latte e le pupille che strisciano qua e là nelle fessure degli occhi. Boccheggia come un pesce fuor d’acqua. In qualche modo riesce a sdraiarsi per metà sul cofano della macchina. Io lo imito ed eccoci qui, due pesci morti sul cofano di una 126.
Georgie bada a farfugliare, girando la testa da una parte e dall’altra, come ci avesse gli incubi. Il mio cervello è una betoniera, sto per svenire, guardo le stelle, piccine e fioche tra i riverberi rossastri dei lampioni e penso che quella sarà l’ultima cosa che vedo.
Di quello che è successo dopo non mi ricordo più nulla tranne l’unica cosa indimenticabile della serata.
Stiamo andando verso casa, e siamo a quell’incrocio tra… vabbè. Superiamo l’incrocio e subito dopo si sente una frenata pazzesca dietro di noi. Georgie accosta all’improvviso, quasi addosso al guard rail. “Porca merda,” fa con un fil di voce. Non parla più inglese.
Guarda nel retrovisore. E’ terrorizzato. Mi volto e dietro c’è una macchina ferma, forse una Golf. Escono tre ragazzi da discoteca, tutti in tiro, agili come giaguari. Ci accerchiano e cominciano a tirar calci e manate alla macchina, che dondola come una carrozzina.
“Dove cazzo vai?! Apri, diohane, t’insegno io a guidare!” Strilla uno. E... SBAM! la manona sul vetro.
Io tanta paura non ce l’ho, anche perché non ci capisco un tubo, è come se guardassi un film di Fellini o roba del genere. Do un’occhiata a Georgie: E’ UNA STATUA DI CERA.
Guarda fisso davanti a sé, tiene le mani sul volante e non muove un muscolo. Forse gliel’hanno insegnato a judo, a fare così, o forse dagli Hare Krisna.
Però mi sa che funziona, perché a un certo punto il tizio si stanca di fare il gradasso. “E ringrazia Iddio che tu se’ una donna, sennò t’ammazzavo!” Dice, prima di togliere il disturbo.
Risalgono in macchina, sgassatona, stridio infernale, ci superano e via di nuovo a caccia di gnocca.
“Ma che volevano?”
Georgie Boy tace.
“Madonna, che bastardi. Che violenti! Hai visto? Georgie Boy? Oh, Giorgio!”
Imbalsamato. Occhi vitrei. Mi prende paura. Gli tocco un braccio. “Oh, stai bene?”
Lui, sempre rigido, s’inclina all’indietro e s’appoggia allo schienale. “Come? Sì… Eh? Sì... Sì.”
Fa un respirone, si sblocca, mette in moto. Grattata micidiale nel silenzio della mezzanotte.
Se per la strada ci siamo detti qualcosa non me lo ricordo. Una cosa è certa, ho osservato più volte il profilo di Georgie Boy e sempre mi chiedevo: ‘Come cazzo hanno fatto a scambiarlo per una donna?’
Poveraccio, però. L’ho visto male. Quasi quasi gli telefono per sapere come sta.
Ah, no, non ci ho il numero. Mi fa fatica guardare sull’elenco. Come starà? Come me. Si sta come le foglie sugli alberi d’autunno.